Sierra Leone: Un piano di sviluppo per i prossimi 50 anni

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FREETOWN, 25 febbraio (IPS) – 50 anni fa, in un clima di euforia generale, la Sierra Leone ottenne l’indipendenza dopo 150 anni di dominio coloniale. L’ottimismo fu ampiamente incoraggiato dallo stesso governo nazionale, convinto che il paese avrebbe beneficiato negli anni a venire dalle sue abbondanti risorse naturali quali  legname, pesce, minerali e petrolio.

Tuttavia, durante gli ultimi 50 anni, il paese ha vissuto 13 colpi di stato militari e 11 lunghissimi anni di guerra civile che hanno condotto l’economia nazionale allo sfascio e costretto il paese ad una preoccupante, e sempre maggiore, dipendenza dai suoi donatori stranieri.

A seguito della ‘Conferenza della Sierra Leone sullo sviluppo e la trasformazione’ tenutasi a Freetown lo scorso 25 febbraio, viene presentata al Parlamento nazionale una raccolta di raccomandazioni su come risollevare le sorti del paese nei prossimi 50 anni.

“Abbiamo festeggiato 50 anni di indipendenza, e durante questi 50 anni abbiamo verificato quanto economia e società possano essere duramente sconvolte a causa di un conflitto civile. Abbiamo sempre avuto tutti gli elementi necessari per diventare una nazione prospera,  ma fino ad oggi questo non è accaduto” ha detto Herbert McLeod, il coordinatore nazionale della conferenza.

Il paese ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna il 27 aprile 1951.

“Anche se siamo oramai usciti dalla fase di conflitto, dobbiamo continuiamo a lottare per imporci. La domanda ora è: Se continuassimo a fare quello che abbiamo fatto in passato, come potremmo pensare di non ripercorrere la stessa strada?” afferma McLeod.

Nonostante le ricchezze minerarie del paese, la Sierra Leone rimane praticamente nelle ultime posizione rispetto all’Indice di Sviluppo Umano (HDI index), 180° paese su 187 nel fornire ai propri cittadini una vita lunga e sana, istruzione e tenore di vita soddisfacenti.

Molte delle raccomandazioni fornite per risollevare l’economia del paese respingono la crescente pressione all’aumentare gli investimenti esteri nel settore minerario, concentrandosi invece su interventi strategici verso sanità, istruzione e infrastrutture e sui loro  benefici a lungo termine. Infatti, si suggerisce che nessun nuovo accordo relativamente al settore minerario debba essere concluso dal governo senza una previa analisi pubblica dettagliata circa le risorse da sfruttare.

“Lo sfruttamento di queste risorse potrebbe avere gravi conseguenze nel caso non fossero ben gestite. Si potrebbe rendere la Sierra Leone un paese ancora più iniquo se solo una piccola parte della popolazione riuscisse a beneficiare dei proventi derivanti da tali risorse”, ha aggiunto .

Le raccomandazioni prestano inoltre particolare attenzione alle donne, che continuano ad essere sottorappresentate in politica e in altre posizioni di potere. Esse suggeriscono una rappresentanza obbligatoria femminile del 30 per cento in posizioni politiche, la revisione della costituzione della Sierra Leone del 1991, e la creazione di una “Commissione delle donne” autonoma nel governo.

“Le donne in Sierra Leone soffrono una mancanza alfabetizzazione, uno status debole e di sfruttamenti sessuali e molestie”, ha detto Nasu Fofana, a capo del programma delle Nazioni Unite contro le disuguaglianze di genere in Sierra Leone. “Le donne rappresentano una grande risorsa disponibile per il nostro paese, ma non abbiamo ancora la capacità di affrontare puntualmente ed efficacemente questioni che riguardano specificamente donne e ragazze”.

Questo comunicato auspica la creazione di un “comitato di cittadini”, guidato dal Presidente della Repubblica. Alcune questioni sono state però sollevate dal partito di opposizione, il Partito popolare della Sierra Leone  (‘Sierra Leone People’s Parti’ -SLPP), il quale sostiene che tale comunicato sia in realtà solo uno strumento politico in mano al presidente del consiglio Ernest Bai Koroma ed il partito attualmente al potere (All People’s Congress – APC).

Anche se le elezioni non si terranno fino al prossimo novembre, diversi scontri violenti tra sostenitori della APC e SLPP stanno già scaldando il paese.

“La conferenza è stata un’iniziativa che meritava di essere intrapresa, ma abbiamo bisogno che tutti i partiti politici esaminino i documenti, forniscano feedback e firmino la dichiarazione”, ha dichiarato Thomas Babadi, che lavora per il Forum dei giovani della Sierra Leone. “Questo dovrebbe essere un manifesto popolare a cui né i partiti politici, né i rappresentanti eletti dovrebbero rinunciare.”

McLeod insiste sul fatto che, anche se i governi hanno la responsabilità di lavorare nell’interesse del proprio popolo, i cambiamenti che portano allo sviluppo deve venire dai cittadini stessi.

“Abbiamo accusato i politici, ma dovremmo condannare noi stessi”, ha detto McLeod. “Questa non è una raccomandazione al governo, è una raccomandazione per il popolo della Sierra Leone”.

Di Tamba Tengbeh e Damon van der Linde

 

 

Mozambico si prepara per il ciclone Giovanna

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MAPUTO, 16 feb (IPS) – Più di 100.000 persone in Mozambico stanno ancora cercando di riprendersi dalla perdita di case, negozi e raccolti, dopo che una tempesta tropicale ha colpito il paese dell’Africa australe lo scorso gennaio. Ma il peggio potrebbe ancora venire. In questi giorni, infatti, è previsto l’arrivo di un altro pericoloso ciclone – Uragano Giovanna – e le scorte di sicurezza nel paese sono, ad oggi, a livello scarso.

Il ciclone, equivalente ad un uragano di categoria quattro – la stessa intensità dell’uragano Katrina, che ha devastato gli Stati Uniti nel 2005 – ha colpito il Madagascar la scorsa settimana, lasciando 65 morti e 11.000 senzatetto. Si prevede che il ciclone colpirà il Mozambico meridionale nei prossimi giorni, con venti che soffieranno a 100/150 chilometri all’ora.

“Il rischio di distruzione, per la città di Inhambane e dei suoi quartieri periferici, è molto alto”, ha informato Sergio Buque, capo dell’Istituto Nazionale di Meteorologia del paese.

La tempesta colpirà anche molte altre città, tra cui Zavala, Morrumbene e Massinga, sempre nella provincia di Inhambane.

L’intero paese si sta ancora riprendendo dalla morte di 40 persone dopo che due tempeste hanno colpito le sue coste lo scorso gennaio. Il bilancio delle vittime quest’anno è sicuremente negativo:  30 morti in più rispetto all’anno scorso.

“Un totale di 108,048 persone sono state colpite dalla tempesta tropicale Dando e dal ciclone Funso”, ha detto l’HCT – United Nations Humanitarian Country Team.

Lola Castro, capo del HCT, ha dichiarato che i preparativi per la stagione dei cicloni sono iniziati a ottobre dello scorso anno, ma che le scorte in queste settimane si stanno esaurendo a causa delle violente tempeste di gennaio. “In questo momento le scorte di diversi beni (generi alimentari, materiali da costruzioni ed altro) sono a livelli critici, perché abbiamo dovuto fornire aiuti consistenti per le province meridionali e Zambezia lo scorso mese” ha detto.

Beni, come teli di plastica per le case, sono mancanti. “Inoltre, è necessario reperire al più presto attrezzature per la purificazione dell’acqua e per i servizi igienico-sanitari perché le latrine sono state distrutte durante le pioggie e la gente necessita di cloro per disinfettare l’acqua”. Siamo poi alla ricerca di semi … principalmente di riso, fagioli e mais”, ha detto Castro.

Nel mese di gennaio infatti circa 98.000 ettari di coltivazioni sono andati distrutti.

Il World Food Programme ha in programma di fornire aiuti alimentari a 83,424 persone colpite dalle tempeste di gennaio, la metà delle quali ha già ricevuto qualche aiuto. “La distribuzione di generi alimentari è stata completata nelle aree attorno a Nicoadala e Manganja, mentre sono ancora in corso a Chinde e Pebane (nel centro della provincia di Zambezia) a nella provincia di Maputo,”  ha risposto il HCT all’ IPS.

“Ogni famiglia ha ricevuto o riceverà 50 kg di mais per un mese.”

Nel mese di gennaio, il ciclone Funso ha raggiunto il quarto grado di intensità. Tuttavia, si è allontanato dalla terraferma e si diretto verso canale del Mozambico colpendo solo parzialmente la città di Beira.

Al momento le piogge torrenziali stanno tenendo gli abitanti di Maputo bloccati nelle loro case visto che la capitale è parzialmente inondata, mentre i sistemi di drenaggio stanno lottando per convogliare le acque verso il mare.

Le piogge incessanti anche negli Stati limitrofi ha fatto aumentare poi i livelli dei fiumi che scorrono in Mozambico. Il fiume Komati è straripato, portando via con se 50Km  dell’autostrada principale del Mozambico, l’EN1, che attraversa il paese da Nord a Sud. Per alcuni giorni la capitale è stata completamente isolata, e i collegamenti principali chiusi.

Sebbene le due recenti tempeste hanno colpito migliaia di persone, la situazione non è cosi drammatica come nel 2009, anno in cui due tempeste tropicali colpirono la costa centrale del paese e lasciarono oltre 520.000 persone dipendenti dagli aiuti alimentari.

“Il Mozambico è il primo paese africano pericolosamente vulnerabile ai disastri naturali” venne annunciato qualche mese fa durante il summit sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite a Durban, in Sud Africa. Negli ultimi due decenni, infatti, il Mozambico è stato colpito da circa 50 disastri naturali che hanno causato la morte di 1745 persone e sono costati 96 milioni di dollari in totale.

Secondo l’indice globale di rischio climatico (GCRI) stilato da una ONG tedesca, il paese è diciannovesimo in termini di perdite umane e di danni economici derivanti da disastri naturali quali inondazioni, siccità e forti tempeste per il periodo considerato 1991-2010.

I mozambicani, la maggior parte dei quali sono agricoltori di sussistenza con un numero esiguo di campi coltivati, sono ancora completamente in balia delle forze della natura.

“Il paese sarà sempre interessato da calamità naturali, questo è inevitabile, ma con un buon livello di preavviso gli effetti negativi possono essere certamente minimizzati”, ha detto il HCT.

“Il numero degli abitanti colpiti è ridotto negli ultimi 12 anni. Il rischio di calamità potrà aumentare a causa del cambiamento climatico, tuttavia il Mozambico sta diventando sempre più attrezzato nel prevenire e rispondere a tali eventi. ”

Lo scorso anno, l’Istituto nazionale per la gestione dei disastri naturali mozambicano (National Disaster Management Institute) è stato definito il miglior organismo nazionale di gestione dei disastri dalla Global Platform for Disaster Risk Reduction delle Nazioni Unite.

“Oggi, 12 anni dopo l’alluvione del 2000/2001, l’entità dei danni alle infrastrutture e alle abitazioni civili è stata notevolmente ridotta a seguito di piani di emergenza, attività di preparazione e investimenti per l’implementazione di sistemi di allerta precoce”, ha dichiarato Castro all’IPS.

“Ora stiamo informando massivamente le persone circa le aree di maggior rischio e su cosa devono fare. Forniamo inoltre aggiornamenti delle informazioni da parte dell’autorità di gestione delle catastrofi, e anche dal governo della comunità e locali “, ha detto.

 

Le autorità centrali e provinciali hanno formato nei mesi scorsi gruppi di persone preparate in caso di catastrofe per aiutare le persone a evacuare le loro case in caso di alluvioni o tempeste.

Ad ogni modo Castro ha detto che, sebbene il Mozambico sia meglio preparata che in passato per la stagione degli uragani, si potrebbe certamente fare di più per minimizzare l’impatto devastante sulla popolazione e sul territorio.

“Le autorità a livello decentrato richiedono più attrezzature e più formazione. Essi hanno inoltre bisogno di imbarcazioni che potrebbero essere utili per evacuare le popolazioni nel caso rimangano isolate. Inoltre, l’uso della radio per diffondere informazioni utilizzando lingue locali significherebbe che un minor numero di persone  venga colpito”, ha aggiunto.

La stagione delle piogge si protrarrà fino a marzo e Buque ha detto l’Istituto Nazionale di Meteorologia sono previste ulteriori tempeste. “Ci aspettiamo nuove tempeste tropicali nei mesi a venire, ma non siamo sicuri se ci raggiungeranno o no”, ha detto Buque.

Fonte: Johannes Myburgh – IPS

Sahel-Sahara: altri due turisti rapiti

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BAMAKO, 12 Dicembre (IPS)

Alcuni individui sono stati arrestati venerdi 9 dicembre nella regione di Hombori, nel nord del Mali, accusati del rapimento di due turisti francesi nella camera del loro hotel il 24 novembre.

La notizia è stata confermata questo lunedi da Cheick Hamala Sylla, direttore del quotidiano L’Aube – vicino al governo – e con sede a Bamako, capitale del Mali. “Il commando autore del rapimento, il quale è stato arrestato in una città del nord del Mali, è composto da quattro uomini tra cui un capo e il suo vice, una guida e un autista. Ogni membro di questo gruppo ha avuto un ruolo specifico nella esecuzione dell’operazione che ha avuto luogo durante la notte in una locanda nella città “, dice il sito de l’Aube. “Inoltre, il gruppo si dotava di un veicolo, armi personali (kalashnikov), diversi telefoni cellulari e apparecchiature, anche satellitari.”

Secondo l’Aube “il commando, responsabile per il rapimento dei due francesi, ha poi venduto gli ostaggi al gruppo AQIM – Al Qaïda au Maghreb islamique”.

La ricerca dei membri di AQIM si è recentemente intensificata dopo il rapimento di cinque occidentali alla fine di novembre in due località nel nord del Mali (oltre ai francesi rapiti a Hombori il 24 novembre, altri tre europei sono stati prelevati dal loro hotel a Timbuktu, il giorno successivo). Il governo sta quindi attualmente cercando di proteggere i maggiori siti turistici del Paese. “I funzionari del ministero del turismo e quelli della sicurezza interna si sono incontrati Giovedi 8 dicembre per scegliere le modalità di intervento e securizzare i centri urbani più turistici”, ha detto all’IPS Damien Diarra, un residente della città turistica di Mopti, situata nel centro del paese.

Il governo del Mali ha già sviluppato un piano per proteggere luoghi e persone. “Ogni regione ha il suo piano, ed è un lavoro che coinvolge governatori e comandanti militari di ciascuna regione. A proposito di Mopti, le disposizioni sono adottate per inviare guardie di sicurezza presso gli hotel “, ha detto Diarra. Il governo ha inoltre ordinato il controllo di tutte le strade che conducono a Bamako, e la riapertura dei punti di controllo che erano stati chiusi su richiesta degli autotrasportatori locali.

“Io viaggio più volte tra Bamako (nel sud) e la regione di Gao (nel nord del Paese). I controlli erano già fastidiosi. Ora con l’aumento dell’insicurezza lo sono ancora di più” ha detto Alou Sidibé, un passeggero su un bus che collega le due città.

La psicosi dilaga sempre di più tra le comunità locali. Molti attacchi hanno avuto luogo di recente contro obiettivi militari nel nord. “Alcuni dei cantieri edili che lo Stato aveva aperto nel nord del paese sono stati attaccati dai terroristi la scorsa settimana”, ha detto all’IPS Sidibe. Nonostante gli sforzi che si stanno facendo per rendere sicuri i maggiori siti turistici, le persone che vivono grazie all’industria del turismo sono pessimisti circa la cattiva pubblicità dovuta alla cattura degli ostaggi francesi.

“Penso che la stagione turistica appena iniziata sia irrimediabilmente compromessa per il resto dell’anno. Molti dei turisti che avremmo dovuto ricevere questo anno hanno annullato il loro viaggio “, ha detto all’IPS Souleye Touré, una guida turistica di Timbuktu. All’indomani del rapimento del 24 novembre il governo aveva annunciato che AQIM fosse in questo modo entrata in guerra contro il governo del Mali.

 Inoltre, sotto il comando di un comitato di stato maggiore congiunto, paesi quali Mali, Algeria, Niger e Mauritania stanno conducendo operazioni militari contro i covi di AQIM. A sua volta, lo scorso venerdi, AQIM ha rivendicato il rapimento dei cinque ostaggi occidentali nel Sahel. “AQIM accusa il Mali di cooperare con la Francia per recuperare gli ostaggi rapiti da poco” ha detto all’IPS il funzionario della sicurezza del Mali in condizione di anonimato. I due turisti francesi sono definiti da AQIM “come spie poco gradite nel loro paese”. Due foto rilasciate Venerdì mostrano poi i cinque occidentali rapiti da AQIM.

Un comunicato rilasciato da AQIM appare come una sottile minaccia al governo del Mali, affermando che “ostacolare i combattenti e minacciare le loro famiglie, solo per incontrare i favori degli Stati Uniti e della Francia di Sarkozy, sono gravi errori, e vanno contro la Sharia. Ciò non può avvenire senza ritorsioni. ”

Secondo questo comunicato “i mujaheddin (i combattenti) hanno scelto il Mali per eseguire queste due operazioni in risposta all’impegno ingiustificato del governo di Toumany Amadou Toure, sottomesso ai voleri della Francia, contro i mujaheddin stessi”. Infatti, AQIM hanno accusato al Mali di aver arrestato nel recente passato, alcuni dei suoi militanti “, Abu Al Sad Azawad (da nord-Mali), Mohamed Abu Mujahid Younes e Lemine Ould M’Balla, detenuti a Bamako e a Nouakchott. ”

Fonte [Soumaila T. Diarra - IPS]

Sviluppo sostenibile e l’importanza dell’oro blu

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 DURBAN, Sud Africa, 10 Dicembre (IPS)

Gli sforzi per considerare l’acqua come un elemento integrato nei negoziati sul cambiamento climatico si intensificano a Durban, città del Sud Africa in cui si svolge il vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

Alcuni esperti stimano che la tematica dell’acqua attirerà in futuro crescente attenzione in tema di politiche di sviluppo, e che il settore idrico attirerà un maggior numero di risorse attraverso diversi programmi di cooperazione.

 ”Per ciascuno di noi, l’acqua è la prima cosa che usiamo quando ci svegliamo al mattino e quando andiamo a letto la sera. Per questo motivo, è troppo spesso considerata come qualcosa di acquisito”, ha detto Chris Moseki, direttore di ‘Water Research Commission’ (Commissione di Ricerca sulle Acque – WRC) in Sud Africa.

Il WRC è membro del Global Water Partnership (PMI) - un insieme di organizzazioni in tutto il mondo che lavorano sul tema delle questioni idriche.

 L’accesso all’acqua è un problema urgente qui nella regione dell’Africa australe, dove quasi 100 milioni di persone non ha accesso all’acqua. La presentazione da parte del ‘Council for Scientific and Industrial Research’ (Consiglio di Ricerca Scientifica e Industriale – CSIR), in Sud Africa, mostra che la regione diventerà più calda e secca nei prossimi 50-100 anni, mettendo in serio pericolo le aziende agricole, l’industria, l’approvvigionamento idrico domestico e gli ecosistemi naturali. Alcuni esperti internazionali ed esponenti politici temono che il tema dell’acqua rispetto ai cambiamenti ambientali futuri non riceva l’importanza che invece meriterebbe.

Bai-Mass Taal, segretario esecutivo del Consiglio dei ministri africano sull’acqua (AMCOW), ha affermato che si sta lavorando per dare il giusto peso alla tematica dell’oro blu nel contesto della convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici ( UNFCCC).

“Noi diciamo ai politici, ascoltate: noi apprezziamo ciò che fate in altri settori, ma senza affrontare direttamente la questione dell’acqua, tutto questo sarà vano”, ha detto Taal. In questa fase, i problemi dell’acqua sono attualmente sotto esame dai negoziatori dei vari trattati sui cambiamenti climatici. La dottoressa Ania Grobicki, segretario esecutivo della PME, dice che, dato il numero crescente di paesi che soffriranno di carenze e problemi idrici, la posizione corrente sull’acqua negli attuali negoziati sul clima non è appropriata.

“Il prodotto interno lordo di molti paesi meno sviluppati dipende fortemente dalla presenza di acqua. Più del 50 per cento del cibo commercializzato nel mondo proviene dal continente africano, ed il futuro del settore agricolo mondiale dipenderà sempre più dalle riserve e dalla disponibilità di acqua in Africa ” ha detto. “Ecco perché questa questione cosi delicata dovrebbe essere discussa ed andare ben oltre rispetto agli impegni presi fino ad ora”. Oltre il 70 per cento della popolazione che risiede nell’Africa meridionale dipende direttamente dall’agricoltura, per lo più da colture pluviali.

La posizione del CSIR, come quella di altri attori coinvolti, parte dunque dalla necessità dalla consapevolezza che i cambiamenti previsti delle precipitazioni, le risorse limitate, la mancanza di istituzioni e la capacità di regolare il flusso dei fiumi lascia e lascerà sempre più le popolazioni nel sud Africa e in tutto il continente in una posizione di estrema vulnerabilità. Sfide simili sono sicuramente cruciali non solo per l’Africa ma anche in tutto il mondo visto i cambiamenti climatici previsti, ma la mancanza di irrigazione e altre infrastrutture in Africa è un fattore che rafforza la necessità di un’azione urgente.

Al variare delle precipitazioni, l’Africa si trova necessariamente ad affrontare gravi crisi. Milioni di persone in Niger e Mali nel 2010 sono state costrette a fronteggiare la fame dopo la siccità ha colpito agricoltori e allevatori. Quest’anno, il Corno d’Africa ha poi affrontato la peggiore siccità degli ultimi 50 anni e milioni di persone soffrono ancora la fame. Secondo il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, circa 12,3 milioni di persone nel Corno necessità oggi di assistenza urgente.

Rhoda Peace, Commissario dell’Unione Africana per l’economia rurale e l’agricoltura, ha detto che quando i leader africani si incontrano per parlare di cambiamenti climatici, parlano naturalmente di siccità e inondazioni, il che dimostra che l’acqua è già una delle primissime priorità sul tavolo. Già nel 2008, i capi di Stato africani hanno convenuto che l’acqua e i servizi igienico-sanitari sono una priorità assoluta. “I leaders hanno deciso di destinare almeno lo 0,5 per cento del loro bilancio nazionale per l’acqua”, ha detto Pace. “Alcuni paesi stanno già facendo grandi sforzi e possono raggiungere i loro obiettivi.”

Fornire un adeguato accesso all’acqua in tutta l’Africa avrà un costo di diversi miliardi di dollari. Molti governi africani non saranno in grado di farcela senza un adeguato supporto. Simon Thuo, il coordinatore delle PMI in Africa, insieme ad altri esperti, ritiene che se i negoziati sul clima non affrontano la gestione di questo bene essenziale in un modo specifico e puntuale, l’Africa non potranno beneficiare dell’attenzione e dei fondi necessari per risolvere in modo soddisfacente la questione.

Fonte [IPS - Joshua Kyalimpa]

UGANDA: La deforestazione deruba le comunità locali

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Isole Ssese, Uganda, 7 dic (IPS) – Da lontano, l’isola di Bugala nel Lago Vittoria appare come un mosaico di colore verde e marrone. Il suo aspetto attuale non è altro che il risultato di una fitta foresta, oramai in ritirata, e dalle recenti trasformazioni ambientali dovute alle nuove piantagioni di palme da olio.

L’isola, la più grande delle isole Ssese ugandesi, è al centro infatti di uno degli ultimi sforzi economici del paese – la lavorazione dell’olio di palma – e la sua foresta pluviale un tempo rigogliosa, si sta progressivamente riducendo, eliminando possibilità occupazionali per molti poveri e donne abitanti in quell’isola.

Cinque anni dopo l’avvio di questa attività, i residenti hanno iniziato a rendersi conto dell’effettivo impatto di questa iniziativa. Mentre molti parlano con entusiasmo dei lavori e delle attività che le piantagioni hanno creato, per alcuni abitanti dell’isola – specialmente per vedove e mogli di pescatori, spesso in viaggio – la continua deforestazione li ha derubati della loro unica fonte di reddito.

Il lavoro di Sarah Namwanje consisteva nella raccolta, e nella rivendita, di legname e carbone nella foresta pluviale dell’isola. Oggi la donna di 28 anni, madre di sette bambini, non ha più possibilità di poter lavorare ne di poter guadagnare un soldo.

“Non c’è più legname” ha detto. “Sono alla costante ricerca di legna da ardere ma oramai non posso più lavorare”

In vista dell’avvio del progetto di tali piantagioni, gli attivisti si erano scontrati con il governo  denunciando le potenziali conseguenze ambientali della deforestazione. Ma, con rassicurazioni da parte della Bidco, la prima industria ugandese che si occupa tuttora della trasformazione dell’olio di palma – lo sviluppo di tale attività avrebbe invece avuto un minimo impatto ambientale. Il timbro poi di approvazione da parte dell’Autorità di Gestione Ambientale Nazionale (NEMA) ed il bagliore di un settore nuovo con la speranza di nuovi posti di lavoro alla fine decretarono il termine della partita.

“Ciò che non è mai stato comunicato ai residenti dell’isola è quanto tale processo potesse realmente interessare sia i propri modi di sostentamento sia la loro salute, specialmente per i gruppi più poveri” dice Namwanje.

Alcune di loro sono infatti vedove che hanno perso i loro mariti a causa dell’AIDS o a seguito di incidenti in mare. Altre sono lasciate sole per lunghi periodi di tempo, con i loro mariti a caccia di banchi di pesci per tutto l’arcipelago, formato da 84 isole. Nell’attesa del ritorno dei mariti e nella speranza di un buon pescato, la donna deve necessariamente adoperarsi per recuperare cibo e risorse.

“I posti di lavoro disponibili per queste donne sono scarsi.” afferma Maria Nampomwa, un’operatrice sanitaria locale, la quale aggiunge che è difficile per molte di loro tirare avanti senza ricorrere alla prostituzione.

Prima che le piantagioni di palme arrivassero sull’isola, le donne che si rifiutavano di prostituirsi, avevano possibilità di svolgere piccoli lavori, come la raccolta di legna da ardere. Avevano relativamente libero accesso al legname nelle foreste nazionali o private, afferma Richard Kimbowa, il direttore del programma  Uganda Coalition for Sustainable Development (UCSD).

Ora invece, molti di questi proprietari hanno avuto la possibilità di soldi vendendo i propri terreni di proprietà alle grandi aziende riducendo in modo considerevole la foresta per la creazione di piantagioni di palma.

Ora le donne povere dell’isola sono ancor più “emarginate”, ha detto Kimbowa, a causa della “mania di espansione di questa palma.”

Namwanje ha detto che l’unica cosa che può fare ora è incoraggiare le persone ad ripiantare più alberi, in modo che lei, come altre donne, possano nuovamente occuparsi della raccolta di legna e carbone. Ma è consapevole che questo non succederà presto.

Nel frattempo, altre donne hanno intrapreso altri lavori come essiccare pesci mukene sulle sponde del lago Vittoria.

Ciò che è particolarmente irritante per Edisa Katusime, una ragazza madre di sei figli, è che i funzionari locali avevano per anni messo in guardia i residenti sugli effetti negativi dell’abbattimento degli alberi. Le era stato detto che la foresta era fondamentale per preservare la vita degli animali dell’isola e doveva essere reticente sulla raccolta del legname.

Ma il governo “non impedisce alla Bidco di farlo perché è una società”, ha detto. ” a loro è permesso di tagliare, mentre a noi poveri residenti il governo insiste sull’importanza degli alberi.”

Kimbowa prevede che la perdita di alcuni lavori potrebbe essere solo il primo dei problemi che le piantagioni di palme da olio creeranno. “Ci saranno problemi di sicurezza alimentare derivanti dalla conversione di terreni precedentemente utilizzati per le culture agricole”. E già alcune delle donne stanno segnalando che il ritiro della foresta sta creando problemi di salute.

La deforestazione significa infatti che l’assenza dello scudo ai forti venti che soffiano a volte su Bugala. Il vento ora “suona come se andasse a bussare direttamente alle porte delle case”, ha detto Katusime. La polvere sollevata, a volte, causa ai suoi figli in attacchi di tosse. È inoltre particolarmente pericoloso per i residenti dell’isola che soffrono di crisi asmatiche.

Nonostante le rassicurazioni da parte della Bidco, UCSD  sta ancora monitorando la situazione, preoccupata per questioni come l’erosione del suolo e le infiltrazioni di sostanze chimiche nel lago Vittoria. Nonostante i nuovi lavori che l’industria della lavorazione delle palme da olio ha introdotto, la maggior parte delle persone di Bugala ancora vive grazie alla pesca. Se le riserve ittiche si dovessero ridurre moltissime persone sull’isola rimarranno senza una fonte di reddito.

Per ora, gli avvertimenti da parte dei gruppi ambientalisti e le denunce di donne come Katusime e Namwanje rimangono coperti da un diffuso entusiasmo per l’industria dell’olio di palma. Ed è ancora in crescita. Secondo Bidco, la piantagione di palme da olio arriverà a coprire 40.000 ettari, diventando cosi la più grande piantagione in Africa.

C’è divisione anche all’interno del piccolo gruppo di donne affette da HIV / AIDS come Katusime e Namwanje. A differenza loro, Annette Nnamukasa è stata in grado di sfruttare il denaro sufficiente per approfittare del boom dell’olio di palma. Ha acquistato circa due ettari di terreno, ha piantato palme e ora vende il raccolto alla Bidco.

“E ‘quasi la stessa cosa”, ha detto. “Le palme sono quasi foreste”.

Fonte: IPS  - Andrew Verde

Durban discute sul clima, mentre il mondo fuori si scioglie

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DURBAN, Sud Africa, 9 Dicembre (IPS)

I paesi che stanno partecipando in questi giorni in Sud Africa al dibattito sui cambiamenti climatici hanno pubblicamente ammesso che gli attuali tagli alle emissioni non sono sufficienti a limitare il previsto riscaldamento globale di due gradi C°

Tuttavia, i delegati che partecipano alla 17ma conferenza sulla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP 17), che terminerà oggi, hanno proposto di affrontare il tema del “gap delle emissioni “al prossimo COP 18, che si terrà in Qatar nel 2012.

I documenti ufficiali stilati fino ad ora a Durban riconoscono la necessità di ridurre le emissioni di gas a effetto serra dal 25 % attuale al 40 % entro il 2020.  Questi tagli e questa scadenza sono vitali per evitare il surriscaldamento del pianeta di più di due gradi, soglia limite che porterebbe ad una catastrofe ambientale serissima.

“Abbiamo bisogno di un accordo su questo obiettivo non oltre il prossimo anno”, ha detto invece il ministro degli Esteri di Granada, Karl Hood, e rappresentante dell’Alleanza dei Piccoli Stati insulari. “E vogliamo l’implementazione di misure adeguate per perseguire questi obiettivi entro il 2017″.

Hood ha inoltre detto all’IPS che attendere fino al 2020 per colmare il divario è infatti “inaccettabile” e che sarebbe un “disastro per i piccoli stati insulari”, i quali già subiscono le più gravi conseguenze del cambiamento climatico mondiale.

Il mondo ha pochi mesi per tagliare le emissioni dei gas generati dalla combustione dei combustibili fossili in modo che il surriscaldamento globale non superi i due gradi. Se questo non dovesse avvenire immediatamente, le eccezionali e costosissime riduzioni che saranno tra qualche anno necessarie per invertire il processo potrebbero portare le economie del mondo alla bancarotta e invertire il processo di sviluppo di molti paesi, avverte l’esperto.

“Siamo qui per mettere in guardia i politici che siano pericolosamente vicini al punto in cui non potremmo più raggiungere l’obiettivo di riduzione del surriscaldamento globale di due gradi” ha detto lo scienziato Bill Hare, direttore del Climate Analytics (http://www . climateanalytics.org /) ente no-profit tedesco che si occupa di clima.

Gli attuali impegni di riduzione delle emissioni concordati al COP 15 di Copenhagen nel 2009, porteranno comunque, secondo alcune stime, ad un riscaldamento di 3,5 gradi, ha detto Hare. Rimanendo oggi queste promesse sostanzialmente invariate, le opzioni per non superare dei “ due gradi “ stanno diventando sempre più piccole, ha detto in una conferenza stampa a Durban. “Per dirla chiaramente, più si aspetta, meno opzioni d’uscita avremo, tanto più il costo sarà maggiore ed alta sarà la minaccia per i più vulnerabili”, ha detto.

Le emissioni globali generate dalla combustione dei combustibili fossili sono aumentate del 49 per cento dal 1990 e ha raggiunto il record di 48.000 milioni di tonnellate di anidride carbonica (CO2) nel 2010, con la probabilità di raggiungere 50.000 milioni di quest’anno, ha detto lo scienziato.

Grazie al effetto moderatore degli oceani, il pianeta si è riscaldato dal 1990 di ‘solo’ 0,8 gradi in media. Tuttavia, molte parti della Terra hanno registrato un aumento delle temperature molto più alte.

La scienza dimostra che le emissioni globali devono cadere a 44.000 milioni di tonnellate entro il 2020 e registrare un’ulteriore diminuzione del due per cento ogni anno. Questo obiettivo, che la comunità internazionale, fortemente dipendente dai combustibili fossili,  troverà “estremamente difficile” da raggiungere, è ancora realizzabile, ha detto.

Se i paesi invece dovessero preferire semplicemente  il rispetto degli impegni presi a Copenaghen, il rilascio mondiale di gas serra crescerà probabilmente tra i 9.000 milioni e gli 11.000 milioni di tonnellate superiori all’obiettivo di 44.000 milioni, creando un “gap emissioni” notevole, ha avvertito Niklas Höhne, direttore di politica energetica e clima di Ecofys, azienda di consulenza energetica.

“I nostri risultati sono in accordo con il programma Gap Report, ossia il programma di emissioni all’interno del Programma Ambiente delle Nazioni Unite (UNDP), pubblicato all’inizio delle consultazioni di Durban”, ha detto all’IPS.

È interessante notare che molti dei temi oggetti di intenso dibattito in occasione della COP 17 – quali biocarburanti, agricoltura, crediti di carbonio per la protezione delle foreste, l’immagazzinamento di anidride carbonica – non sono considerati importanti dagli scienziati per ridurre le emissioni .

“per quanto riguarda i biocombustibili, dobbiamo assicurarci realmente che essi non comportino un aumento delle emissioni”, ha detto Höhne. Diversi nuovi studi sul biodiesel a base di olio di palma e di etanolo da mais indicano che le loro emissioni nette sono superiori a quelli generate dalla combustione dei combustibili fossili, se si considera tutto l’intero ciclo di vita.  I biocarburanti non possono essere, per questo motivo, un metodo significativo per la riduzione delle emissioni, dice Höhne, e l’agricoltura è nella stessa situazione. Pratiche culturali possono essere modificate per ridurre emissioni di gas serra, ma secondo diversi studi, possono solo in parte essere efficaci per questo cambiamento.

Il divario delle emissioni può essere salvato solo attraverso una combinazione di miglioramento dell’efficienza energetica in tutti i settori, con un aumento significativo dell’utilizzo di fonti rinnovabili, compresa la biomassa, attraverso l’utilizzo di carbone al gas naturale.

Il costo di questo cambiamento è relativamente basso: $ 38 per tonnellata di CO2 che viene rilasciata in atmosfera. Ma se si attendesse fino al 2020 questo sarebbe molto più costoso. Ogni dollaro, che oggi ha lo scopo di ridurre le emissioni nel settore energetico, richiederà un ulteriore investimento di 4,3 dollari l’anno dopo, per compensare tutte le emissioni di gas serra prodotte fino ad allora. Così dice il rapporto “World Energy Outlook 2011″, l’Agenzia Internazionale dell’Energia.

Aspettare fino al 2020 “è un rischio che non vogliamo prendere”, ha detto Höhne. Ma i delegati a Durban sembrano non capirlo.

“Non stanno agendo come se avessero compreso la gravità del rischio che si corre”, ha detto, notando che in 17 anni di trattative non si è ancora arrivati ad un accordo per la riduzione sostanziale delle emissioni.

 

Fonte [IPS - Pocas esperanzas en la recta final - Por Kristin Palitza]

3 milioni e 300.000 cuori che battono: ecco l’esercito “bianco” dei volontari italiani.

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Secondo le ultime statistiche disponibili, sono oltre 3 milioni e 300 mila i militanti dell’esercito bianco dei volontari italiani, e più di 40mila sono le organizzazioni di volontariato oggi attive in Italia. Militanti che garantiscono, ogni giorno, diritti e dignità laddove lo Stato non è mai arrivato o non arriva più e dove le aziende non possono o non vogliono arrivare.

 A loro, oggi, come ogni 5 dicembre dal 1985, l’Onu dedica la giornata internazionale dei volontari. A cui si sommano però, quest’anno, altre ricorrenze: dai festeggiamenti per i vent’anni della legge quadro sul volontariato, la 266 del 1991, alla chiusura dell’Anno europeo del volontariato, il 2011, passando per le celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia. Proprio in un momento, tuttavia, in cui dal governo sembrano arrivare indicazioni e apprezzamenti di tutt’altro segno, come ad esempio la soppressione dell’Agenzia per il terzo settore, che costringono volontariato e non profit ancora una volta alle barricate.

Un popolo di donatori che lo Stato, vent’anni fa, ha riconosciuto a livello istituzionale e che oggi – per chi ancora non lo sapesse – rappresenta lo 0,7% del Pil italiano, ovvero

7.779 milioni di euro, pari a poco meno di un terzo della manovra correttiva del governo Monti 1. Una cifra che, se sommata al totale del valore della produzione di tutte le organizzazioni di Terzo settore, porterebbe a quantificare la ricchezza prodotta dall’intero settore non profit in Italia al di sopra del 4% del prodotto interno lordo. Parola dell’Istat che, a luglio, ha reso noti i primi risultati di una ricerca commissionata dal Cnel sul valore economico del volontariato partendo dai dati del 1999. Ogni anno – dice l’Istituto nazionale di statistica – sono 702 milioni circa le ore che tutti i volontari messi insieme mettono a disposizione, pari al lavoro che svolgerebbero 384.824 individui a tempo pieno. Infine – sostengono i ricercatori – per ogni euro rimborsato ai volontari c’è un ritorno economico di circa 12 euro, calcolato sulla base dell’indicatore “Viva” (Volunteer Investment and Value Audit), elaborato dall’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO).

Chiamateli dunque “tute arancioni”, scout, crocerossine, oppure utilizzate le sigle storiche sotto cui spesso prestano il proprio servizio come Caritas, Auser, Anpas, Misericordie, Uildm, Avis, Focsiv, Uisp, o ancora definiteli più genericamente come “volontari”, sta di fatto che sono loro l’asse portante su cui si sta formando un nuovo welfare, complementare a quello statale e alternativo a quello di matrice aziendale, senza cui milioni di persone già oggi non potrebbero andare avanti.

Organizzati in piccole o grandi realtà, i volontari si incontrano online grazie a Facebook o Twitter, aderiscono a comitati o gruppi spontanei, sono soci di organizzazioni di volontariato più o meno storiche, o ancora partecipano a nuove forme di impresa sociale strutturate, diventando l’”anima e il cuore” di molte cooperative sociali, ong, fondazioni, associazioni di promozione sociale e associazioni sportive dilettentistiche.

Si impegnano per oltre il 50% nel campo dell’assistenza e della sanità, per il 13% in quello della cultura, nel 10% dei casi ad attività di protezione civile e un 5% preferisce dedicarsi all’ambiente. Difficile ignorarli, impossibile non conoscerli.

Per questo, in tutta Italia, sono stati organizzati convegni, seminari, mostre, per fare il punto su cosa è cambiato negli ultimi vent’anni e sul futuro. Se nel capoluogo lombardo il settimanale del non profit, Vita, promuove un mostra fotografica e un convegno dal titolo “Nutrire la comunità. Il ruolo del Volontariato”, a Roma, invece, il Forum del Terzo settore, il coordinamento dei Centri di servizio per il Volontariato (CSVnet) e la Conferenza Permanente delle Associazioni, Federazioni e Reti del Volontariato (ConVol) hanno organizzato un incontro ufficiale alla presenza del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Elsa Fornero.

In questa occasione gli Stati Generali del volontariato italiano hanno deciso di presentare al capo dello Stato un appello per richiamare l’attenzione delle istituzioni verso il proprio settore: “Chiediamo più spazio e rispetto nei confronti del volontariato” dice Andrea Olivero, portavoce del Forum. E aggiunge: “Siamo una delle risorse per la rigenerazione del nostro Paese. E proprio per questo non capiamo e siamo contrari alla soppressione dell’Agenzia del Terzo settore prevista dalla manovra Monti. Non si tiene in considerazione la nostra crescita e si vuole ridurre il settore a un ruolo ancillare. Non possiamo permetterlo”.

Sulla stessa linea d’onda Fausto Casini, coordinatore della Consulta del Volontariato presso il Forum e presidente Anpas: “Tutti ci dicono che la crisi dei mercati è dovuta alla mancanza di fiducia e credibilità, perché allora non investire sul volontariato e cioè su uno degli elementi che possono certamente restituire sia fiducia sia credibilità sociali?”. E precisa: “Per questo, proprio in occasione della giornata internazionale dei volontari, chiediamo anzitutto ai cittadini di fare volontariato, così come chiediamo alle istituzioni di permettere loro di poterlo fare”. Mentre Stefano Tabò, neopresidente del CSVnet sottolinea: “il governo oggi parla di equità, crescita e sviluppo, parole da sempre nel dizionario del volontariato, una delle vere capacità per far crescere il Paese”, a cui è di nuovo Casini a dar seguito dichiarando: “Alle istituzioni chiediamo concretamente: invece di eliminare gli sgravi di cui gode il volontariato con la prossima delega fiscale, o di ritardare i pagamenti del 5 per mille come sta avvenendo, o ancora, invece di dichiarare guerra ai falsi invalidi senza nemmeno consultare chi, come il volontariato, conosce la situazione, perché non considerare una volta per tutte il valore economico e sociale che il volontariato genera, smettendola una volta per tutte di considerarlo uno strumento per abbattere i costi?”.

Domande che rimangono sullo sfondo di una giornata concentrata soprattutto sugli aspetti celebrativi. Ma che potrebbero trovare qualche risposta, seppur parziale, nella scelta di evitare l’abolizione dell’Agenzia per il terzo settore: “Una notizia inaspettata e un segnale grave di disattenzione verso chi dimostra di avere capacità occupazionali e valore sociale” ha commentato a caldo Edoardo Patriarca, membro dell’Agenzia. O ancora nella tanto auspicata riforma della legge quadro sul volontariato più volte annunciata, e sistematicamente accantonata in qualche angolo del Parlamento. Un destino quest’ultimo che, purtroppo, la accomuna a tante altre norme che coinvolgono il volontariato e il non profit, da quella per la stabilizzazione del 5 per mille alla tanto dibattuta riforma del servizio civile. Come a dire: appuntamento al prossimo 5 dicembre, se non prima, per verificare le novità.

Fonte: [Repubblica]

Economie africane: i tassi di crescita continuano a far sperare

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Tre miliardi di dollari americani sono la fortuna accumulata da Oprah Winfrey,che già da diversi anni è la persona di colore più ricca degli USA. Tuttavia lei non è più la persona più ricca del mondo nero. Questo onore spetta ora a Aliko Dangote, il re del cemento nigeriano.

Seppur alcuni critici accusano Dangote di essere troppo vicino alla corrotta classe politica del paese, il suo bottino da 10 miliardi di dollariannui è certamente denaro guadagnato. Il gruppo Dangote inizia in forma embrionale nel 1977, come un piccolo commercio. Trentaquattro anni dopo diventa un vero e proprio conglomerato pan-africano con interessi nel commercio dello zucchero, nella logistica nonché nell’industria edile, costituendo un vero e proprio impero con business diversificati.

 

I “self-made” imprenditori africani, legittimamente miliardari, sono portatori di speranza. Ed anche se pochi in numero, sono sempre più comuni. Essi esemplificano quanto l’Africa stia andando avanti e forniscono ragioni per credere che i suoi tassi di crescita possano nel futuro continuare ad essere elevati.

Le scelte politiche provenienti dalla sponda mediterranea del continente potrebbero aver dominato i titoli di testa del 2011, ma il nuovo boom economico a sud del Sahara interesserà certamente un numero maggiore di vite.

Dal Ghana a ovest, al Mozambico nel sud, le economie africane stanno costantemente crescendo più velocemente di quelle di qualsiasi altra regione del mondo. Almeno una dozzina hanno registrato tassi di crescita di oltre il 6% l’anno, per un periodo di sei anni o più consecutivi.

L’Etiopia crescerà del 7,5% quest’anno, senza una goccia di petrolio per l’esportazione. Paese da sempre associato al concetto di carestia, oggi è il decimo più grande produttore di bestiame al mondo. E questa ricchezza non è monopolizzata da un élite privilegiata. L’ appropriazione indebita di terre è ancora fenomeno comune, ma la distribuzione del reddito è migliorata negli ultimi dieci anni.

 

Disparità di reddito gravi persistono per gran parte del continente, ma il genuino emergere di classe media è un fenomeno decisamente da sottolineare. Secondo la Standard Bank, una delle quattro maggiori banche Sudafricane che opera in tutta l’Africa, 60 milioni di famiglie africane hanno un reddito annuo superiore a 3.000 dollari$, a parità di cambio di mercato.

Entro il 2015, questo numero dovrebbe raggiungere 100 milioni, quasi lo stesso registrato oggigiorno in India. Queste famiglie appartengono a quello che potremmo chiamare “una nuova classe di consumo”.

Circa 300 milioni di persone, oggi in Africa, guadagnano più di $ 700 l’anno. Non è molto, e molte di queste persone potrebbe essere ricondotte alla miseria da una piccola variazione di reddito. Ma è un reddito sufficiente a coprire un telefono e persino parte delle tasse scolastiche dei propri figli.

 ”Secondo gli standard occidentali, non sono tutti sono da considerarsi di certo come ‘classe media’, tuttavia rappresentano un vasto mercato”, afferma Edward George, economista alla Ecobank, un altro gruppo bancario africano.

 

Per quanto riguarda invece gli africani al di sotto della soglia di povertà, la maggior parte degli abitanti del continente ossia circa un miliardo di persone, le malattie e la fame sono ancora un grosso problema.

Su 1.000 bambini 118 muoiono prima del loro quinto compleanno. Due anni fa la cifra era di 165. Tale progresso verso il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio – una serie di pietre miliari di riduzione della povertà fissato dalle Nazioni Unite – è lento e irregolare. Ma non è trascurabile. E l’umore tra i non abbienti è migliore rispetto a qualsiasi altro momento, fin dall’epoca dell’indipendenza due generazioni fa. È vero, gli africani hanno una notevole capacità di essere ottimisti. Ma sembra che questa volta abbiano davvero qualcosa per cui sorridere.

Fonte: [The Economist- Africa's hopful economies]

La Corte Penale Internazionale dell’Aja interroga Laurent Gbagbo, ex-presidente della Costa D’Avorio

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L’ex presidente della Costa d’Avorio Laurent Gbagbo è arrivato mercoledì scorso presso la Corte Penale internazionale dell’Aja per il processo relativo al suo ruolo durante le violenze post-elettorali che hanno ucciso migliaia di persone nel suo paese.

“E’ passato esattamente un anno dalle elezioni presidenziali che hanno generato uno dei peggiori episodi di violenza che la Costa d’Avorio abbia mai conosciuto”, ha detto il Procuratore Capo del tribunale Luis Moreno-Ocampo. “Nel dicembre dello scorso anno, abbiamo messo il Sig. Gbagbo e gli altri sull’avviso. Oggi, stiamo proseguendo con il processo.”

“Gbagbo è stato trasportato fuori dalla città settentrionale di Khorogo, dove si trovava agli arresti domiciliari, su un aereo del governo ivoriano lo scorso martedì sera” ha detto il suo consigliere, Alain Toussaint.

Alain lo definisce un trasferimento illegale. “La corte internazionale ha compiuto un azione illegale. Si tratta di una decisione politica piuttosto che una decisione di giustizia”, ​​ha detto Alain.

Il mese scorso, Moreno-Ocampo è arrivato in Costa d’Avorio per incontrare i vari leaders di governo e opposizione ed ha avviato un’indagine sulle violenze post-elettorali scoppiate nella nazione dell’Africa occidentale.

Nella sua richiesta d’autorizzazione, ai giudici internazionali, per indagare su possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità, Moreno-Ocampo, riporta di almeno 3.000 persone uccise, 72 persone scomparse e 520 oggetto di arresti arbitrari e detenzioni durante le elezioni del novembre 2010.

Al termine delle elezioni Gbagbo rifiutò di cedere il potere, anche se lo sfidante Alassane Ouattara, venne riconosciuto dagli osservatori internazionali come il vincitore. Seguirono mesi di spargimento di sangue. Lo stallo politico terminò con la cattura di Gbagbo nel mese di aprile da parte delle forze fedeli al suo rivale, durante la quale venne arrestato e portato nel nord della Costa d’Avorio. Gabgbo rifiutò di accettare i risultati delle elezioni certificate dalle Nazioni Unite.

Human Rights Watch ha rilasciato una dichiarazione dicendo Gbagbo è “il primo ex-Capo di Stato messo in custodia dalla Corte Penale Internazionale”. Infatti, anche il presidente Omar al-Bashir del Sudan ed il defunto leader libico Muammar Gheddafi erano stati a loro volta oggetto di mandati di cattura della Corte, ma Al-Bashir riuscì a sfuggire alla custodia e Gheddafi venne ucciso prima dell’arresto.

“La Corte Penale Internazionale sta facendo la sua parte per dimostrare che anche quelli ai livelli più alti del potere non possono sfuggire alla giustizia quando implicati in crimini gravi” afferma in un comunicato Elise Keppler, senior del consiglio di giustizia internazionale della Human Rights Watch.

La Corte nel frattempo accusa Gbagbo con quattro capi di imputazione per crimini contro l’umanità, relativamente a “omicidi, stupri e altre forme di violenza sessuale, persecuzioni e altri atti inumani”.

“Questo è un grande giorno per le vittime delle orribili violenze post-elettorali in Costa D’Avorio”, ha dichiarato Keppler. “Il fatto che ora Laurent Gbagbo debba rispondere ai giudici della Corte, manda un messaggio forte a tutti i leader politici e militari ivoriani, e cioè che Nessuno è al di sopra della legge”.

Fonte: [CNN]

From Eric Agnero, For CNN

November 30, 2011 — Updated 1209 GMT (2009 HKT)

R.d.Congo: Primi bilanci della prima giornata elettorale

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Alta affluenza e atmosfera relativamente calma nonostante qualche episodio di nervosismo hanno segnato la giornata elettorale nella capitale Kinshasa. “Ho osservato il voto in diversi quartieri. L’entusiasmo generale è stato smorzato da alcuni problemi organizzativi” dice alla MISNA Guy-Marin Kamandji, responsabile della comunicazione della Caritas congolese.

Uno dei problemi più ricorrenti è stato quello di elettori che non hanno trovato il proprio nome negli elenchi” ha continuato la stessa fonte, precisando che per risolvere il problema, la Commissione elettorale nazionale indipendente ha autorizzato il voto per deroga, una decisione che ha contribuito a far calare la tensione.

Atmosfera totalmente diversa a Lubumbashi, nel sud del paese, dove si registrano diverse vittime. Secondo una fonte militare citata dalla stampa internazionale, un seggio elettorale del quartiere di Njanja è stato attaccato da uomini armati, che hanno ucciso i due poliziotti. Nello scontro a fuoco con le forze dell’ordine che è seguito sarebbe stata uccisa una donna, e feriti due militari. Anche alcuni degli assalitori sarebbero stati uccisi. Raffiche di mitra sono state udite in giornata nel centro della città, dove almeno altri due seggi sarebbero stati attaccati da presunti ribelli indipendentisti della regione del Katanga.

A Mbuji Mayi, nella provincia del Kasai Orientale, fonti di stampa congolese denunciano ritardi e la scoperta di schede elettorali già compilate, un evento che ha suscitato la rabbia di alcuni elettori. Altre fonti raccontano di schede elettorali sulle quali mancava la casella per il candidato alle presidenziali dell’opposizione Etienne Tshisekedi.

Alcune irregolarità sono segnalate nella provincia nord-orientale del Nord-Kivu, ma dal resto del paese non sono finora giunte notizie di incidenti gravi.

Nella città di Bukavu le operazioni di voto si sono svolte nella calma. In alcuni seggi, come quello in cui mi trovo adesso, è già cominciato lo spoglio delle schede per le presidenziali” ha detto alla MISNA, dal capoluogo del Sud-Kivu, padre Justin Nkinzi, della Commissione diocesana Giustizia e Pace. Il religioso ha precisato che le forti piogge della giornata potrebbero aver ostacolato le operazioni in aree remote e che in alcuni casi i seggi hanno aperto in ritardo. “Speriamo che l’attesa dei risultati avvenga in un’atmosfera serena” ha concluso padre Nkinzi.

Fonte: [Misna] http://www.misna.org/






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