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Caro maestro

Insegnare bene, imparare meglio.

Tutti noi, da piccoli, ci siamo fermati più e più volte a fantasticare, da soli o con i compagni di gioco, su ciò che avremmo voluto fare da grandi. Tra desideri irrealizzabili e vane speranze, c’era sempre chi la sparava più grossa – non si contano le schiere di astronauti mancati – e chi, invece, cercava veramente di immaginarsi nell’età adulta, con indosso i panni del professore piuttosto che del falegname. Momenti di beata spensieratezza, diritto inalienabile di ogni bambino, destinati con il passare degli anni ad essere soppiantati da riflessioni più o meno estenuanti circa la strada giusta da seguire.

Pure nei villaggi del Malawi i bambini giocano a fantasticare sul proprio futuro, anche se poi imparano molto prima che altrove a distinguere ciò che è possibile dall’irrealizzabile: le necessità contingenti della famiglia interrompono ben presto ogni sogno, e così i ragazzi si trovano a fare ciò che il destino ha pensato per loro.

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uesta storiella è in verità l’essenza dei problemi di sottosviluppo di cui soffre il Malawi: il solco fra le classi sociali, fra chi ha tanto e chi non ha nulla, è talmente profondo che la condizione dei genitori si tramanda ai figli, e poi ai figli dei figli e così via, immutata nel tempo. La mancanza di una scuola pubblica in grado di garantire a tutti i giovani del Paese – in particolare alla stragrande maggioranza di essi che non si può permettere di frequentare gli istituti privati – un adeguato livello di istruzione e di formazione, rappresenta un ostacolo enorme sulla strada che porta allo sviluppo e al benessere, poiché la scuola è da sempre il più grande – e spesso l’unico – ascensore sociale di cui la gente si possa servire per affrancarsi dalla miseria e dare una svolta alla propria esistenza.

Ecco perché puntare sull’istruzione diventa una mossa strategicamente importante: perché – come sostiene Nelson Mandela – essa è «la porta di ingresso alla libertà, alla democrazia e allo sviluppo».

Ma se il riconoscimento del ruolo di assoluta preminenza svolto dalla scuola è già un buon inizio, questo da solo non è sufficiente a far sì che i programmi educativi trovino diffusione su ampia scala e fra tutte le fasce della popolazione. Un sistema scolastico, per funzionare a dovere, ha bisogno di strutture adeguate e di personale preparato. E proprio dell’importante ruolo svolto da coloro che hanno il compito di trasferire la conoscenza alle nuove generazioni si occupa il progetto «Caro maestro», un programma di intervento pluriennale a più fasi.

La presenza nelle scuole di tutto il Paese di docenti preparati e motivati è quanto mai importante, specie se ce ne sono pochi, e quei pochi preferiscono rimanere in città piuttosto che trasferirsi nei villaggi, dove la qualità della vita è certamente inferiore. Questo crea però una grave situazione di squilibrio che danneggia oltre l’80% dell’intera popolazione nazionale, che non vive nelle aree urbane.

Occorre quindi incentivare gli insegnanti ad accettare cattedre presso scuole situate in zone rurali, e un ottimo modo per farlo è senza dubbio la proposta di una soluzione abitativa confortevole nei pressi del luogo di lavoro, capace di ospitare anche tutta la famiglia.

È da qui che parte la prima fase di questo nuovo programma: con la costruzione di due appartamenti trilocali, vogliamo garantire alla scuola di Mikoke – realizzata dai volontari di Africall nel 2009 – la stabile presenza degli insegnanti in servizio, dando così una risposta definitiva alla domanda di istruzione proveniente dagli oltre 1.300 bambini e ragazzi che vivono in questa zona e che frequentano l’istituto.

Una volta completata quest’opera, verrà avviata su più ampia scala la seconda fase del progetto «Caro maestro», per mettere in moto un processo che porti ad una soluzione «strutturale» il cronico problema della carenza di personale docente. Servirà tempo, questo è certo; ma indugiare ulteriormente di fronte all’impossibilità di giungere ad un risultato immediato non aiuta di certo, come spiega con sorprendente efficacia un saggio proverbio africano: il momento migliore per piantare un albero era vent’anni fa. Il secondo momento migliore è adesso.